Unchilded è un viaggio teatrale potente e immersivo nel mondo dell’infanzia interrotta. Attraverso un linguaggio poetico e paesaggi scenici in continua trasformazione, lo spettacolo esplora il fragile confine tra innocenza e violenza, tra memoria e sopravvivenza. Joseph, figura archetipica dell’infanzia, emerge come memoria e mito. La sua storia, ispirata a narrazioni antiche di tradimento ed esilio, diventa la prima eco di un ciclo destinato a ripetersi nel tempo e nello spazio. Da questa origine mitica, la scena si trasforma nel paesaggio vivo dell’infanzia: un luogo di gioco, sogno e ricordi in continuo mutamento. Seguiamo dunque la storia di Issa, un bambino dei nostri giorni, assistiamo al suo passaggio dal gioco al trauma, dalla scuola e dalla leggerezza alla costrizione, alla militarizzazione e alla perdita brutale dell’identità. Gli oggetti dell’infanzia si trasformano in strumenti di guerra. Il gioco diventa addestramento. La parola diventa comando. Al centro di Unchilded si impone una domanda: cosa resta di un bambino quando gli viene sottratta l’infanzia?
Categoria spettacolo: Coming Up
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Paese mio bello è un concerto a cinque voci per cantare Napoli, l’Italia e il Mondo, tra tradizione colta e popolare: dalle Villanelle al ’700 napoletano, dalle canzoni degli anni ’40 e ’50 a nuove composizioni. Cinque voci che condividono una irripetibile esperienza formativa e artistica: erano giovanissimi quando, nel 1979, si incontrarono per la prima volta in uno spettacolo con la regia del grande Roberto De Simone, che sarebbe stato il loro maestro fino alla fine degli anni ’90. Alla sua scuola si sono formati partecipando alla gran parte dei suoi spettacoli e delle sue composizioni musicali. Poi ognuno ha percorso la propria strada con scelte diverse tra musica, teatro e cinema.
Il titolo Paese mio bello si ispira a una raccolta di canzoni popolari composte da immigrati italiani negli Stati Uniti d’America tra il 1911 e il 1939. Un programma variegato, che viaggia tra generi e sonorità diverse: un “ripasso” di storie, viaggi, emozioni, successi e delusioni condivise.
La voce magnetica e inconfondibile di Massimo Popolizio racconta La caduta di Troia. Il tema è quello dell’inganno: l’immenso cavallo, dono dei Greci, viene trasportato dentro le mura di Troia e si trasforma in una macchina di morte e distruzione. Alla corte di Didone, Enea narra, descrivendola con “indicibile dolore”, quella notte di violenza e di orrore. Le parole di Virgilio sembrano uno storyboard, una sorta di sceneggiatura ante litteram. «Attraverso quelle parole – spiega Popolizio – ho cercato di creare vere e proprie immagini, di far vedere ciò che è scritto».
Le musiche, realizzate da Stefano Saletti e Barbara Eramo, sono arricchite dalla presenza del musicista iraniano Pejman Tadayon che suona il kemence, il daf e il ney, antichi ed evocativi strumenti della tradizione persiana. Le lingue del canto sono il ladino, l’aramaico, l’ebraico e il sabir, antica lingua del Mediterraneo. Saletti usa strumenti come l’oud, il bouzouki e il bodhran per evidenziare le atmosfere evocate da Massimo Popolizio e dalla voce limpida di Barbara Eramo, che si muove tra melismi e scale di derivazione mediorientale. Una vera e propria “partitura” che fa di questa pièce un’opera totale, dove la voce dell’attore si fa corpo e materia.
Una gravidanza prolungata oltre i limiti, il cuore di un maiale trapiantato dentro un essere umano, l’apoteosi di un idolo sportivo: trasformazioni individuali, collettive, fisiche e perfino spirituali compongono la trama di Cuore di porco, una performance che intreccia diversi linguaggi: teatro, drammaturgia, poesia performativa, musica elettronica, arte visiva e animazioni video convivono in un’esperienza immersiva, nella quale immagini e suoni si generano e si contaminano in tempo reale, dando forma a un’opera polifonica e stratificata.
Corpi in trasformazione, vasi comunicanti che si influenzano a vicenda, diventano il centro di un racconto che indaga il rapporto tra individuo e collettività, tra umano e non umano. Cuore di porco è concepito come uno spettacolo live set, in cui la creazione sonora e visiva avviene sotto gli occhi del pubblico.
Chiara Arrigoni, Filippo Capobianco e Francesco Petruzzelli sono i tre giovani autori individuati da Carrozzeria Orfeo nel corso di un lavoro pluriennale di insegnamento, confronto e dialogo con le nuove generazioni. I loro tre testi, brevi e autonomi, sono connessi in un unico disegno che si ispira al tema delle metamorfosi: un tema universale e antichissimo, già presente nella mitologia greca, che qui si cala nella contemporaneità, e talvolta la oltrepassa, fino a immaginare nuovi mondi possibili. A partire da questo nucleo, lo spettacolo attraversa ulteriori traiettorie tematiche: il bisogno umano di credere in qualcosa di rassicurante, fino alla costruzione di un proprio dio; il rapporto, spesso contraddittorio o utilitaristico, tra essere umano e animale; il corpo indagato nel mistero delle sue trasformazioni (gravidanza, invecchiamento, malattia). Infine, entra in gioco la tecnologia, capace di intervenire sui cambiamenti “naturali” e di aprire nuove prospettive, non prive di dilemmi etici.
Contro ogni mefitica mediocrità è un’intervista-spettacolo che rivela gli aspetti pubblici e quelli più intimi e personali del geniale inventore del Futurismo, Filippo Tommaso Marinetti.
Lo spettacolo è diviso in quattro sezioni: nella prima, le domande vertono sull’infanzia di Marinetti e sugli ultimissimi anni della sua vita, quando, quasi settantenne, decide di arruolarsi come volontario nella guerra contro “i Bolscevichi”. Ne viene fuori un senso di dolcezza e allo stesso tempo di orgoglio nell’affermazione di un concetto di esistenza che non ammette titubanze e regressioni. Nella seconda parte, le domande sono incentrate sulle basi fondamentali del Futurismo e soprattutto sui concetti di “paroliberismo” e di “dinamicità-velocità-simultaneità”. Grazie alle domande dell’intervistatrice, Marinetti esprime con grande chiarezza la straordinaria tensione verso una dimensione ludica, creativa, libera, felice, impegnata però sempre a connettersi con una responsabilità etica.
Nella terza parte, l’artista ripercorre i suoi lavori drammaturgici, poetici, letterari, filosofici, politici. Li enumera, li descrive, li chiosa. In tal modo realizza un excursus completo della sua produzione intellettuale, toccando aspetti artistici ed editoriali ma anche momenti legati alle figure con cui aveva avviato i suoi scambi più profondi, da D’Annunzio a Mussolini, tanto nelle luci quanto nelle contraddizioni e prese di distanza.
L’ultima parte è la più prorompente: cinque minuti di lettura del celebre Manifesto del febbraio 1909, resa come una fiera affermazione di identità e una lucida dichiarazione di intenti. La lettura restituisce anche il senso di un passaggio di testimone alle nuove generazioni: a noi che ci immergiamo-ascoltiamo-vediamo le sue parole.
La belva è un reading in motion nel quale parola, corpo, musica e immagini si fondono per indagare ciò che nell’essere umano resta nascosto, pulsante, indomabile. Racconta l’incapacità di amare come terreno di scontro tra fragilità. Il protagonista maschile è segnato da un legame totalizzante che si traduce in una barriera emotiva nei confronti le donne. Dentro di lui agisce “la belva”, una forza fatta di dipendenza, paura e bisogno di controllo che pregiudica ogni possibilità di relazione autentica. Ma anche le donne che accoglie nel suo “nido” non sfuggono alle dinamiche perverse dell’istinto: ognuna di loro porta dentro di sé la propria belva interiore. Uomo e donna sono sempre in bilico tra istinto di sopravvivenza e desiderio di intimità, attrazione e paura. Accanto a loro, tre musicisti jazz costruiscono un paesaggio sonoro vivo e imprevedibile: la musica non accompagna ma respira insieme ai corpi, li attraversa, li provoca, diventa battito, istinto, vertigine. È con essa che la “belva” prende forma, non come figura definita, ma come energia che invade, trasforma, espone. Tra parola e movimento, il reading in motion si fa dunque esperienza fisica: i gesti si deformano, i ritmi si spezzano, la tensione cresce. I confini tra amore e sopraffazione, tra desiderio e perdita di controllo, si assottigliano fino a dissolversi. La belva è un viaggio nell’ambiguità dei sentimenti, dove l’umano e l’animale convivono nello stesso respiro.
Happyless – Apologia dell’infranto è il saggio conclusivo del triennio di studi degliallievi e delle allieve della “Scuola di recitazione e professioni della scena” del Teatro Biondo di Palermo, interamente realizzato da loro con la supervisione di Rosario Palazzolo: dalla scrittura del testo alla regia, dalle scene ai costumi, dalle coreografie a tutti gli altri aspetti della messa in scena.
«È risaputo – scrivono gli allievi e le allieve – che ogni storia che si rispetti abbia bisogno di una rottura per avere il coraggio di esistere davvero. La nostra storia, però, ve la raccontiamo a partire da una rottura già compiuta, che forse è diventata pure uno squarcio in cui siamo caduti dentro e da dove osserviamo il mondo, come il nostro personaggio. È qui che comincia la nostra storia: un ragazzo ha tentato di togliersi la vita e invece la vita gli si è appiccicata addosso, per appartenergli così come solo i fallimenti ti possono appartenere. Nel fallimento, che è questo suo restare in vita, il nostro personaggio, per ritrovare il suo “Io”, deve scavare nei frammenti del “Noi”, che sono ricordi spaventosi, straordinari, disperati, lotte che si travestono come danze inquiete tra personaggi che mutano forma e volto, che cambiano i connotati del tempo pur di continuare ad esistere ancora. Le memorie si intersecano, si divorano a vicenda per ridarsi nel presente, diventando incontri di estasi e ferocia, dove tra i cocci rotti, ancora una volta, l’Amore imperterrito, oltraggioso, famelico, dissacrante, sobbolle per darci addirittura la presunzione che esista il futuro… ma come fa? Come può ancora lui, infame, resistere in tutta questa nostra infelicità? Allora, ci siamo detti: ecco di cosa parlerà la nostra storia e così la racconteremo, a cuore squarciato e aperto, finché ci sarà ancora tempo, per noi, per poterci credere fino in fondo in una storia».
Dopo la lettura in anteprima al Mittelfest 2026, La strage di Vergarolla, testo scritto da Paolo Valerio e dallo storico Davide Rossi, giunge nella sua forma piena di spettacolo. A ottant’anni dai fatti, lo spettacolo ricostruisce una delle pagine più tragiche e rimosse del Novecento italiano: l’esplosione avvenuta il 18 agosto 1946 sulla spiaggia di Vergarolla a Pola, durante una manifestazione sportiva, che causò decine di vittime civili, tra cui molti bambini. Un attentato terroristico legato al clima di tensione post-bellico e finalizzato a intimidire la popolazione italiana per accelerare l’esodo dall’Istria verso l’Italia.
Un evento ancora avvolto da silenzi, che si vuole restituire alla memoria collettiva come racconto vivo e necessario, capace di interrogare il passato e illuminarlo oltre un oblio troppo lungo.
Pinocchio, la marionetta più famosa del mondo, nasce dal desiderio di un povero falegname, che per alleviare la propria solitudine scolpisce un bambino di legno «che sa ballare soprattutto!».
Il piccolo Pinocchio, mosso da un’irrefrenabile curiosità verso la vita e i misteri del mondo, si rivela un’opportunità magica e fantastica per il vecchio Geppetto. Entrambi saranno trasformati da questa esperienza: tra un’avventura e l’altra Pinocchio imparerà ad essere figlio, il falegname imparerà ad essere un padre.
Enrico Ianniello prende in prestito il celebre personaggio di Collodi ed ambienta lo spettacolo in un vecchio cinema parrocchiale abbandonato, ancora abitato dai fantasmi cinematografici del passato. In questo luogo, sulle note del popolare compositore e arrangiatore giapponese Isao Tomita, si sviluppa una tenera storia d’amore tra padre e figlio, un legame che porrà un interrogativo allo spettatore: che cosa significa, oggi, essere padre in un mondo che confonde la finzione dello schermo con la realtà?
Non si tratta di una semplice riscrittura del mito classico, ma una raffinata esplorazione delle dinamiche esistenziali che attraversano il tempo e la cultura. Dürrenmatt utilizza il mito come strumento critico, capace di riflettere le tensioni della società contemporanea e le fragilità insite nell’animo umano. Il Minotauro non è più una creatura da temere, ma un simbolo complesso: emarginato, incompreso, prigioniero non solo del labirinto fisico ma anche della sua stessa identità.
Attraverso una narrazione intensa e carica di significati, Ferrari sfida lo spettatore a riconsiderare le certezze consolidate e a interrogarsi su temi universali come la solitudine, la diversità e la ricerca di un senso profondo. Cosa accadrebbe se il Minotauro non fosse un mostro, ma un’anima innocente? Se Teseo incarnasse la figura del vero carnefice? Se il celebre filo rosso non fosse solo un espediente per ritrovare la strada, ma un fragile legame? A partire da queste domande, lo spettacolo si snoda come un racconto noir, un viaggio tra mistero, fantasia, magia e inquietudine nel mistero di Friedrich Dürrenmatt.
